Maria Pirro

Quando in manicomio entrò
la Gatta di De Simone

di Maria Pirro
Era sempre in prima fila, nel salone del “Bianchi”, le sopracciglia folte, un anello a forma di foglia, il cappello calato sulla fronte, le orbite vuote. Sembrava inseguire inafferrabili pensieri nel salone in fondo al labirinto di corridoi, lunghi e disadorni: un angolo ristretto del mondo, senza possibilità di specchiarsi, circondato solo da fantasmi.



L’immagine era stata ritratta dal pittore Armando De Stefano, su esplicita richiesta, accanto al maestro Roberto De Simone, così colpito da quell’uomo incontrato negli anni Novanta durante le prove della Gatta Cenerentola organizzate nel manicomio di Calata Capodichino a Napoli. Per la prima volta, la struttura apriva le porte per far entrare la città. E per far uscire «i suoi abitanti dimenticati e persi in cameroni freddi e puzzolenti», racconta lo psichiatra Emilio Lupo.



Cantanti e artisti arrivavano per eseguire l’opera e partecipare alle selezioni (tra cui c'era Fiorenza Calogero, appena quindicenne), mentre medici ostinati portavano fuori «i matti non più matti». Fragili perché emarginati, spesso anziani, spogliati del proprio passato e della propria dignità, ciechi o inchiodati su una sedia a rotelle. Reclusi, a volte, per comodità, liti familiari e questioni ereditarie, reati nella maggioranza dei casi banali. Addirittura alcuni erano nati dietro quel cancello. «Con il trascorrere dei giorni, grazie al lavoro collettivo, veniva disvelandosi che gran parte delle presunte manifestazioni di malattia erano artefatte dalla stessa condizione di reclusione», certifica Lupo, nell'ufficio speciale per la dimissione, affettuosamente soprannominato il Luporossano, in origine per indicare la stretta sinergia con il compianto Fausto Rossano, ultimo direttore del manicomio, promotore e artefice del cambiamento. Ecco, l’impresa iniziata nel 1995: «Trovare una casa agli oltre 700 pazienti che risiedevano nella struttura, nonostante fossero trascorsi più di tre lustri dalla sua chiusura disposta con la riforma Basaglia».

A distanza di 40 anni dalla legge 180, Lupo parla con orgoglio di quell’esperienza tanto complessa che coinvolse giovani, associazioni, intellettuali, stampa, politici, sindacati, accanto agli internati. «Per abbattere il paradigma del manicomio, i grimaldelli usati furono moltissimi: innanzitutto, ci impegnammo a ricostruire l’identità anagrafica degli utenti, ai quali dare un nuovo ruolo, da protagonisti, organizzando gite, feste a tema e incontri che favorissero un progressivo rientro nei quartieri di origine, oppure mostre fotografiche e concerti che coinvolgessero la città». Così avvenne l’incontro tra De Simone e il misterioso pubblico: «Grazie al rapporto istauratosi con Rossano: parlavo di tutto con lui, anche della minestra maritata e del ragù». Il maestro ride, poi si fa serio e aggiunge: «Ci scambiavamo opinioni sulle tristi condizioni politiche in cui versava la città: abbiamo sempre avuto a che fare con una borghesia locale molto arretrata e ignorante. Siccome non avevo avuto la direzione del teatro Mercadante, lui mi offrì il salone del “Leonardo Bianchi” per le prove; io accettai e agli ospiti consentii di poter assistere e loro non diedero mai fastidio, tant’è che, nel ritratto che De Stefano volle farmi, chiesi di inserire quel paziente sempre presente e attento allo spettacolo». Si formarono solide amicizie anche con altri musicisti, in particolare con il compianto Virgilio Villani e con l’indimenticata Patrizia Spinosi: prima davanti a un caffè (con l’immancabile richiesta di sigarette), dopo poco davanti a una pizza o in giro per i vicoli.

Il soprano Maria Grazia Schiavo, occhi di gatta, azzurrissimi, era ancora una allieva del Conservatorio, quando il maestro la scelse per l’unica ripresa dopo il successo di Spoleto. L’erede della straordinaria Fausta Vetere interpretava Cenerentola: «Ogni volta avevo paura di accedere da sola in quegli spazi enormi», ammette. «All’ingresso c’era Pasqualino che ripeteva: “Ti cieco gli occhi”. Una donna molto grassa cantava questa nenia: “Mamma mi ha cacciato di casa perché sono brutta e cattiva”. Raffaele invece intonava ‘O sole mio e diceva cose bizzarre, ma aveva una sua logica come “Meglio perdere centomila lire che avere una fonte cattiva”». Gli abitanti del “Bianchi” portavano anche caramelle e cioccolatini agli artisti: «Ci aspettavano tutti i pomeriggi, i loro volti erano diventati familiari ed erano tristi, quando andavamo via». Per anni, il manicomio divenne officina musicale, l’Opera buffa fu portata in scena il Giovedì Santo.


Il soprano Maria Grazia Schiavo in una foto di Sergio Siano

Eventi, assemblee, visite delle istituzioni si susseguivano nella ricerca di soluzioni ai bisogni delle persone. «Fu un’esperienza di liberazione collettiva che impose pratiche di libertà anche ai liberatori», interviene Salvatore Di Fede, segretario nazionale di Psichiatria democratica, volontario della prima ora e in seguito operatore del “Progetto Ulisse” che si occupò della riabilitazione e della integrazione, tramite piani individualizzati promossi dai servizi di salute mentale. «Insieme, intuimmo che la strada del ritorno a casa era tracciata quando gli ex internati parteciparono a una kermesse e salirono sul palco in piazza del Plebiscito per esibirsi davanti a duecentomila persone», aggiunge Lupo. «Presto si sarebbero trasferiti nelle prime abitazioni messe a disposizione in gran parte dal Comune e arredate con mobili colorati scelti assieme. Finiva un incubo, iniziava un sogno».

Nel manicomio senza più anime negli anni Duemila restava, invece, un busto dell’ex direttore Michele Sciuti. Quante volte De Simone, da bambino, lo aveva incrociato in carne e ossa sotto il suo palazzo a Calata Trinità Maggiore. «Riceveva alcune pazienti nelle carrozze chiuse e, una di queste, prima di andare via, chiamò a raccolta tutta la gente del cortile, dicendo: “Voi mi dovete onorare, perché sono la mamma di Dio”. “Sì, lo sappiamo”, replicò il dottore. L’episodio mi è rimasto nella testa». Un altro ricordo è legato a un’altra persona, chiamata “zia”, affetta da manie di persecuzione, mai inviata da figli o parenti in un ospedale psichiatrico: si conviveva con lei, a patto di non intromettersi, quando aveva le crisi. «Del resto, siamo tutti abituati anche a considerare la divina follia: Cristo era stato vestito di bianco, perché ritenuto uno squilibrato». Poi c’è il tarantismo, ritmo ossessivo ripreso nella Gatta tanto ben descritto nella “Terra del rimorso” di Ernesto de Martino. Perché «la pazzia è esaminabile da tanti punti di vista», osserva De Simone, «ma al “Banchi” non mi sarei permesso di interpretare uno dei fenomeni più difficili, che riguarda il cervello e regola anche la fantasia e i sogni degli artisti. Non esprimo mai giudizi».

Più che un anniversario, i quarant’anni della “rivoluzione Basaglia” sono occasione di condivisione: «La riforma psichiatrica ha fatto da apripista per altri delicati settori (bambini, anziani, detenuti, immigrati, senza dimora, donne sole...). Ciascuna di queste frontiere è intimamente legata alle altre e, soprattutto, è legata allo sviluppo umano, culturale, civile, legislativo ed economico di una nazione». Di Fede dice d’un fiato: «Senza una rete di sostegno regolare, approfondita, e di facilitazione nei bisogni elementari (come avere un tetto e un mestiere), nessuna dottrina è in grado di fornire risposte adeguate ai molteplici e diversificati problemi che, di giorno in giorno, vanno affrontati e risolti. Un modello sono le cooperative di tipo B, per l’inserimento lavorativo». Ma resta  tanto da fare, riconosce Fedele Maurano, tra i partecipanti di quella esperienza e oggi direttore del dipartimento dell’Asl di Napoli, alle prese con carenze di personale in organico e di posti letto (in particolare, per gli adolescenti) e, più in generale, di risorse: «I fondi sono inferiori a quelli previsti a livello nazionale», avvisa, «è una battaglia quotidiana tenere aperti i servizi territoriali 24 ore su 24». E i sogni diventano utopia, il disagio una barriera diffusa. Per Maurano e per Psichiatria democratica, l’unico modo è rifondare programmi personalizzati: fuori da schemi semplicistici, «quelli che edificarono le stesse strutture asilari e le loro regole coercitive».



Il “Bianchi”, o una parte dell’ex ospedale abbandonato, che la Regione vuole vendere, potrebbe diventare un grande polo di indagine museale: è la proposta del maestro De Simone. «Quel simbolo di separazione e di dolore potrebbe fare esplodere la vita nei quartieri di periferia, che oggi costituiscono una sorta di cintura di spine metropolitana». Un’ipotesi è attivare un service culturale, con un centro convegni e multimediale e un percorso sulla storia di questo luogo e che renda consultabile l’ampia documentazione scientifica, «impedendo il colpo di spugna», la rimozione della sua parte oscura. E poi, spazio all’artigianato di qualità, utile a creare lavoro soprattutto per i giovani, come avviene già in altre strutture dismesse, a Trieste o Roma attraverso la formazione, accanto a «residenze differenziate» per turisti e studenti fuori sede, per persone in difficoltà, per coppie anziane e promessi sposi. L’area verde intorno all’edificio potrebbe ospitare attività sportive, artistiche e di socializzazione. «Oggi la città è caduta in un degrado peggiore. L’istituzione produce delinquenza perché non produce occupazione», accusa De Simone, che ai ragazzi suggerisce «quanto già disse Eduardo». «Io oggi posso ripeterlo: scappate da Napoli, andate via perché è una città impossibile. Qui non si arriva a nulla... Se avessi un figlio non saprei dove indirizzarlo, a quali studi, forse converrebbe mandarlo all’estero». Affidare alle periferie un disegno propulsivo potrebbe consentire una guarigione intesa come possibilità soggettiva di recupero e partecipazione sociale; una cura nella comunità accompagnata da farmaci e percorsi adeguati. «Solo così si può abbattere, per davvero, il muro del manicomio che ha diviso in due la città e si può ricostruire dalle sue macerie».

Prove di libertà, oltre la “Gatta”.

Il maestro fa largo nel salone di casa sua: San Gennaro sotto la campana di vetro, il pianoforte e, in alto, il quadro enigmatico con i due volti che conserva la memoria e un’impronta di futuro.




 
Martedì 5 Giugno 2018, 21:23
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