Carmen Pellegrino

Lui, io, noi

di Carmen Pellegrino
Quando si parla di Fabrizio De André, inevitabilmente si ricorre al senso personale che i suoi testi hanno determinato e determinano in ciascuno, in percezione diseguale. Per quelli come me – faccio un esempio - che ritrovano qualcosa di sé nell’Antologia di Spoon River di Lee Masters (mirabilmente tradotta da Fernanda Pivano), Non al denaro non all’amore né al cielo è l’album di riferimento. E si rimane come legati a questa memoria personale, al punto da ritenere crudelmente restrittiva o incautamente estensiva qualsiasi interpretazione che si discosti dalla propria. È anche in questo modo che si mantiene in vita l’arte: con una personale presa di possesso della creatività dell’artista.
Altra cosa è la sua vita privata.
Lui, io, noi - scritto da Dori Ghezzi, Giordano Meacci e Francesca Serafini e pubblicato da Einaudi Stile Libero - poteva essere la biografia del cantautore, con qualche atteso svelamento, specie sul sequestro in Sardegna; fitta di dettagli che con morbosità mai placata avremmo cercato, e che ci chiarissero una volta per tutte se De André aveva un pessimo carattere o non fosse soltanto timido, come dichiarò in un’intervista.
Invece i tre autori sono andati oltre, consegnandoci un libro dalla struttura unica, un’autobiografia collettiva (ossimoro voluto) in cui le memorie personali si mescolano alla storia italiana – il terrorismo rosso, gli anni ’80, tangentopoli; e più ancora alla letteratura, con una messe di titoli e citazioni perfettamente centrate, e ai film - Miracolo a Milano su tutti.
Si alternano le parti in cui Dori Ghezzi racconta il suo, a quelle in cui Meacci e Serafini riavvolgono le memorie di due studenti di italianistica - con Serianni alla Sapienza – che, già presi delle sue canzoni, un giorno del ’92 incontrano De André, e costantemente lo ritroveranno negli anni, fino alla scrittura del film Principe Libero.
Si sta felicemente fra le pagine anche per l’abilità linguistica – si passa dal passato al presente, dalla voce che dice io a quella che dice noi, a un tu che ogni tanto compare. E si rimane sorpresi dalle incursioni nel visibile di quel tanto di invisibile che è necessario alla vita. 
Quanto all’intensità con cui viene raccontato l’amore, un amore in cui gli aspetti privati e quelli pubblici rimbalzano l’uno nell’altro, la lettura mi ha ricondotto a Lettera a D. di André Gorz (Sellerio): “Hai appena compiuto ottantadue anni… Sono cinquantotto anni che viviamo insieme e ti amo più che mai”.
Talvolta - in Lui, io, noi - Dori Ghezzi si rivolge direttamente al marito, continuando il dialogo che, ci fa sapere, non si è mai interrotto. Sopravvivere è quanto di più faticoso si possa chiedere a chi resta, per il vuoto divorante che riservano i giorni a seguire; André Gorz non ha voluto nemmeno tentare.
Potrebbe, allora, essere letto anche così Lui, io, noi: come una lettera sul proseguire la vita nonostante quel vuoto divorante, sottraendo il presente al rimpianto, al trascinamento emotivo che altera anche il passato. Ci si può aiutare cercando segni, o volendo leggerli negli accadimenti. Oppure dissuggellandosi, togliendosi dal confinamento fra gli altari dei ricordi, in favore di una nuova e più intensa apertura agli altri.
In Io e Tu, Martin Buber scrive Divento Io dicendo Tu. Si può aggiungere questo, a lettura ultimata: Divento Io dicendo Noi.
 
 
 
 
 
 
 
Giovedì 5 Aprile 2018, 15:47
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