Carmen Pellegrino

I sommersi

di Carmen Pellegrino
I sommersi della piana del Sele
(les jours où ils n'existent pas)

 
 
                                                         A Abdullah, che ha imparato a dire “e c’amma fa’!”
 
 
 
Quasi un prologo
“Guardate! Guardate, signora. La notte che reclamavate, eccola; ecco i suoi figli che arrivano e le fanno un corteo di delitti. Per voi, il nero era il colore dei preti, dei becchini e degli orfani. Ma tutto cambia. Ciò che è dolce, buono, amabile e tenero sarà nero. Il latte sarà nero, lo zucchero, il riso, il cielo, i colombi, la speranza, saranno neri”[1]
 
 
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Dovessi  spiegare cos’è la piana del Sele direi che è una mescolanza arbitraria di arcaismi e modernità, che genera intrecci da capogiro. Se ci sia dietro un sortilegio o se è così per incompiutezza, io non lo so.
Neanche a uno sguardo pigro possono sfuggire certe contraddizioni che un’aritmetica premoderna e beffarda ha assegnato a questa porzione di terra.
Filari secolari di viti, di gelsi confinano con i relitti post-industriali; sentieri polverosi e petrosi, che si percorrono a fatica, sbucano in campi coltivati con le tecniche più avanzate.
Una verde luminescenza danza intorno a uno sfrontato abusivismo; gechi, ramarri, formidabili arbusti, e poi una luce implacabile che asciuga la geometria dei luoghi fino ai limiti dell’essenziale. Una multinazionale delle verdure insiste come un gigantesco monolite sulle strutture arcaiche dei sottopassi contadini, dove con un po’ di fortuna si può trovare ancora qualche ciuffo di erbaspagna. Intorno, valli concave, dossi, monti arcigni dai lunghi inverni, sparsi a gradi per un ondulato altopiano.
Qui, lo stesso rapporto centro-periferia andrebbe ridefinito, perché ogni centro è periferia del centro che segue, come per effetto di una edipica successione dei luoghi. È una terra equivoca, che appare differente a chi viene dal mare e a chi la incontra da terra.
Una volta paludosa e malarica, è oggi uno dei più fertili bacini agricoli d’Italia: campi a perdita d’occhio, disseminati di cupole di plastica; centinaia di aziende che producono e trasformano prodotti ortofrutticoli per dieci mesi l’anno; fragole, finocchi, carciofi, rucola, pomodori tutto l’anno; frutta e verdura di ogni tipo; e poi fiori, fiori di tutte le varietà, fiori immaginifici, fiori più fiori degli altri!
Da qui frutta-verdura-fiori mirabili partono per i mercati dell’intera regione. Qui, nell’aria bollente delle serre, la richiesta di braccia operose è costante, con un incremento vertiginoso durante le raccolte.
Un tempo la manodopera era quella locale, costituita di braccianti provenienti dai paesi attaccati alla zona submontana dell’Appennino, brullo, arido, poco redditizio; oggi i nuovi braccianti sono prevalentemente immigrati, quasi tutti “irregolari”, costretti ad accettare paghe ai limiti della sussistenza pur di lavorare, e a vivere in condizione di esclusione e povertà estrema pur di restare.
Nessuno li vede, nessuno ne parla. Sono come sommersi. Eppure hanno nelle braccia la forza di assicurare la sopravvivenza di centinaia di aziende, trascinando le sorti dell’economia agricola campana. La loro “utilità” si sospende di sera, quando il buio investe i campi e il “clandestino” scalza il bracciante.
La piana del Sele, si sa, è un serbatoio di manodopera in nero, con una presenza costante di “irregolari” (maghrebini in gran parte) che si aggira intorno alle cinquemila unità. Sono i “sans papiers”, enormemente ricattabili perché clandestini, vittime di una doppia condizione di straniamento e ricatto: consumati nei campi, senza alcuna possibilità di ribellarsi, subiscono subito dopo il ricatto del “foliodivia”, ossessivamente agitato sulle loro teste come una scure. È una forma subdola di schiavitù, funzionale e necessaria ai bisogni delle società occidentali. Le direzioni distrettuali antimafia di molte città parlano di “schiavi del lavoro”, lanciando un allarme sulla espansione del reato di riduzione in schiavitù. 
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La storia dell’immigrazione legata alla terra, nella piana del Sele, è una storia lunga quasi venti anni, è una storia di braccia vendute e comprate.
Erano gli anni di mezzo del decennio ’90 quando il ricorso agli immigrati divenne necessità per le esigenze agricole della piana; tempi pieni per l’agricoltura, ricca e non condizionata dalla “stagionalità”, con picchi in primavera e in estate e depressioni solo leggere nei mesi più freddi; tempi tristi per i braccianti locali, troppo stanchi dei torchi continui di caporali privi di scrupoli e datori di lavoro inclini allo sfruttamento e ai salari da fame.
Degli immigrati che giunsero nella provincia salernitana i marocchini non furono i primi, ma certo i più numerosi. Prima vennero i senegalesi, che si insediarono nelle aree urbane. Ai marocchini, venuti dopo, rimasero le periferie.
Le aziende agricole, soprattutto quelle mediamente piccole, avevano bisogno di operai in gran numero; i braccianti locali, infatti, da un giorno all’altro non avevano più messo piede nei campi.
Con la pervasiva mediazione dei caporali iniziò il reclutamento degli immigrati che finirono a lavorare, ora in un fondo ora in un altro, per aziende che nella invisibilità dei nuovi braccianti, quasi tutti irregolari, trovavano ora la loro insperata riserva aurea.
Per qualche anno l’ottuso ruolo di mediatore dello sfruttamento continuò ad essere svolto dal caporalato locale, tenuto bene in vita dall’arretratezza economica e culturale del sistema agricolo.
Oggi, il caporalato “classico” è stato quasi totalmente soppiantato da una forma nuova di vessazione organizzata che è il caporalato “etnico”.      
“La vita sarà sempre uguale ogni giorno – racconta Alim, bracciante con una laurea in lingue - Ti alzi alle 4 del mattino, mangi la prima cosa che capita, prendi la bicicletta, fai 30 km, fino al primo caporale. È lui che ti prende, che ti fa lavorare in cambio di una percentuale. Dodici ore con la schiena piegata”.                                     
I nuovi caporali sono maghrebini, parlano la stessa lingua dei braccianti che reclutano, ma non li riconoscono. Non li hanno mai visti prima, né li vedranno in seguito. Hanno un solo obiettivo che perseguono con spietatezza: fare molti soldi, farli in fretta e andar via. Il loro guadagno è frutto del taglieggiamento continuo della paga di ogni singolo lavoratore, da cui prendono il dieci, a volte anche il quindici per cento. Si muovono lesti tra i luoghi di reclutamento e i fondi, battendo strade secondarie e sterrate sassose per guadagnare tempo. Hanno automobili in cui riescono a stipare anche dieci uomini, molti nel cofano. Si muovono con astuzia su “piazze” diverse e fanno in modo di evitare che i lavoratori instaurino una qualche forma di rapporto diretto con i datori di lavoro. Non hanno scrupoli, se occorre picchiano, in ogni caso ricattano. Hanno l’aspetto sazio di chi ha fiutato di essersi parato il culo in questa vita e in quell’altra.
 
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Le regole d’ingaggio sono chiare, prendere o lasciare, e per chi prende il reclutamento comincia alle prime luci del giorno, preludendo a una pesca che non fa miracoli; si recluta a crudo, a colpo d’occhio, tastando i muscoli se la prima occhiata non convince, e la conta è nota: “Tu sì, tu sì, tu no”. Talvolta comincia anche prima dell’alba, nel buio, è sempre buio quando si viene comprati.
I luoghi di raccolta sono i bordi della strada statale 18 e le strade che portano ai fondi. Qui migliaia di uomini sono costretti ogni mattina a farsi oggetto di una esposizione che, se va bene, li porterà a lavorare per almeno dieci ore nei campi neri di sole, per venti euro. E li porterà ad arrendersi ai quotidiani ricatti di trafficanti di braccia, procacciatori di uomini, paradossalmente fiancheggiati dai deliri legislativi sull’immigrazione: uomini e leggi, un insieme di piccole e grandi entità, tutte animate dalla pretesa di imporre le regole del suolo e del sangue a una umanità “minore”, ingobbita sotto il peso di una sconfitta lunga inscritta nella vittoria degli altri.
“Io raccuglie fragula, pumudoro, aguria nei campi – dice Abdullah, che ha poco più di vent’anni e ha deciso di tornarsene in Marocco – e devo pagare cinque euro al giorno al caporale. E una mafia, una mafia. E c’amma fa’!”.
I sommersi della piana sanno di essere invisibili, si abituano alle sospensioni di vita come ci si abitua alle piaghe. Si lasciano scivolare addosso un senso di inadeguatezza alla vita stessa, che scorre per gli altri parallela. Quando esistono sono ingranaggi di un oliatissimo meccanismo votato per intero ad azzerare il loro tempo e a rendere produttivo quello altrui. Nei giorni in cui non esistono sono già tumuli di cenere, ombre seghettate sui muri, trucioli di una lavorazione venuta male. Come affetti da una forma subdola di apartheid, costretti a una vita in un “mondo a parte”, sono condannati al massimo dell’oblio, sono una dimenticanza. Il residuo della loro esistenza finisce per persistere in una assenza: sono “clandestini”, una parola che non significa niente e che è solo uno stigma, un marchio d’infamia.
“Se vuoi sapere quanto buio hai intorno, devi aguzzare lo sguardo sulle fioche luci lontane”, scriveva Italo Calvino. Il lungo inganno di cui sono vittime questi uomini comincia da lontano, anzi da molto vicino.
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Ogni anno il governo italiano, con il decreto sui flussi, stabilisce le “quote” di cittadini stranieri non comunitari ammessi in Italia per “motivi di lavoro subordinato stagionale”. Ogni anno le “quote” sfiorano le ottanta mila unità, da ripartire tra regioni e province. Ogni anno un datore di lavoro che intenda assumere uno straniero deve presentare una domanda d’ingresso all’interno delle quote fissate dal decreto. L’autorizzazione deve quindi essere inviata nel paese d’origine dello straniero che voglia avvalersene, così che il consolato italiano possa rilasciare il visto d’ingresso. Ottenuto il visto, lo straniero può entrare in Italia e richiedere, entro otto giorni dall’arrivo, il permesso di soggiorno, che dalle maglie strette della legge n.189 del 2002 (meglio nota come legge Bossi-Fini) è stato indissolubilmente legato all’esistenza di un regolare rapporto di lavoro.
Così è in teoria. Così non è nella pratica che, invece, è un vortice in cui precipitano gli interessi più oscuri di faccendieri, speculatori, affaristi, criminali organizzati: un groviglio che ribolle e che nessuno ha interesse a scoperchiare.
Nei paesi d’origine dei giovani che hanno deciso di raggiungere l’Italia (dal Maghreb nel caso di quelli che giungeranno nella piana del Sele), è necessario individuare un mediatore locale che abbia i contatti con chi in Italia può procurare il “nulla-osta” lavorativo, indispensabile per il visto d’ingresso sul passaporto.
Il prezzo pattuito per “concludere” non scende mai sotto i sette mila euro: una prima parte, meglio se sostanziosa, deve essere data in anticipo per avere qualche possibilità in più di rientrare nelle “quote”; il resto all’imbarco. Il mediatore promette un contratto di lavoro sicuro, un permesso di soggiorno certo, una casa: un miraggio per chi fugge da terre poverissime e corre a offrire le proprie braccia in Italia, arrangiandosi con le briciole che cadranno dalle mense altrui.  Per mettere insieme il denaro necessario al viaggio finiscono per indebitarsi fino al collo: pagano, partono e inizia l’esercizio. Una volta giunti in Italia, infatti, l’inganno si compie e si perfeziona: il datore di lavoro non c’è o si nega, il mediatore sparisce per giorni.
In Campania, nel 2007, per la prima volta si effettuarono controlli sulle domande d’ingresso presentate dalle aziende e i risultati furono sorprendenti: a fronte delle 2500 quote assegnate alla provincia di Salerno, il numero delle domande presentate era tre volte superiore alle necessità del territorio; anche aziende con pochi ettari di terreno avevano richiesto l’ingresso di diverse decine di lavoratori stagionali. Alla notizia dei controlli migliaia di domande furono rapidamente ritirate. Si scoprì che dietro quei numeri esorbitanti si agitavano truffe di diversi milioni di euro, tutte in danno di stranieri partiti per l’Italia con il sogno corto di un lavoro onesto.
Nella truffa ai migranti spesso si dispiega un ulteriore meccanismo di frode. Tanto per fare un esempio, ci sono aziende che dichiarano di assumere lavoratori italiani, che in realtà non hanno mai visto e che dovrebbero svolgere il lavoro che viene invece svolto in nero dai migranti, con un solo incomodo per i lavoratori italiani fittizi: il pagamento dei contributi per ottenere una disoccupazione agricola che certo non spetta loro. È una storia che mai finisce, una lotteria della truffa in cui alcuni frodano, si procurano profitti e si fregano le mani soddisfatti; altri, i migranti, si sfiancano e perdono sempre.
 
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Nelle piana, il copione si ripete uguale in ogni sua parte: trascorsi inutilmente gli otto giorni previsti dalla legge per formalizzare il contratto necessario al permesso di soggiorno, lo straniero, che ormai è un clandestino, un fuorilegge, inizia a vagare per campi e boscaglie nella più sola delle solitudini, e di capo a qualche giorno può accadere, e spesso accade, che si imbatta in qualcuno (casualmente il mediatore che non si trovava negli otto giorni precedenti) che lo porterà a San Nicola Varco, a qualche miglio da Eboli, nel cuore della piana.
San Nicola Varco è un’area di quattordici ettari, di proprietà regionale, su cui era stata prevista nei primi anni ‘80 la realizzazione di un imponente mercato ortofrutticolo, in posizione strategica per la vicinanza di una stazione ferroviaria. Si costruì con grande spesa una parte degli edifici e degli impianti, ma a metà dei lavori il progetto fu abbandonato e con esso le strutture, depredate negli anni di tutto quello che poteva essere rimosso.
Da quasi due decenni, i relitti dei fabbricati e la fitta quadrettatura di box per le merci sono divenuti gli insediamenti di lungo periodo di molti dei migranti che lavorano nei campi della piana. Sono più di settecento, un numero enorme che è il risultato di un flusso continuo in entrata e uno più modesto in uscita.  Rotazione incessante, quasi matematica, con una costante: le braccia non devono mancare mai.
Ci si arriva per una via sterrata, piena di buche e ciottoli grezzi. Alla fine della strada c’è un cancello, grigio e scorticato, è l’ingresso al campo. Dal cancello si vedono i primi insediamenti e l’unica fontana esistente, un tubo di plastica per tutti. Al piazzale principale si accede attraverso la sola strada percorribile, che d’estate è una lastra polverosa, d’inverno una pozza di fango.
Tutta l’area è divisa in otto settori, gli stessi previsti dalla originaria destinazione. Un edificio di cemento che non porta alcuna insegna chiude il campo. Avrebbero dovuto realizzarvi un mercato ortofrutticolo, un grandioso, immenso mare di frutta-verdura-fiori mirabili. Invece la storia è quella di una diversa destinazione, gonfia di ogni raccapriccio.
 
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San Nicola Varco è uno dei luoghi più tristi che esistano, ma per chi ci vive, per chi viene da sud, è pur sempre qualcosa, è pur sempre nord.
La forma interna è quella della città sommersa, allentata in ogni sua configurazione intima. Da essa le città visibili si proteggono attraverso un muro incrostato di ogni diffidenza, e non c’è conciliazione possibile. Nella città sommersa manca tutto: non c’è acqua corrente, né luce elettrica, non c’è possibilità di riscaldarsi nelle notti di gelo, né di ripararsi nelle estati afose. I cumuli di immondizia sono ovunque; i topi invadono i roghi di sterpaglia; le zanzare, le mosche si alzano e si abbassano in perfetta sincronia con chi ci vive. E poi cumuli di terra e detriti su un soprassuolo che diffonde fumi; pneumatici e rottami di automobili; scarti di materiale di ogni tipo che quasi toccano i panni messi ad asciugare sui fili sporgenti dalle magre facciate. Semiemerso tra le ortiche, qualche esausto cane randagio scruta il campo di tanto in tanto, con uno sguardo pigro da usciere.
C’è una moschea, allestita in un fabbricato ampio, con le pareti interne imbiancate di fresco e il pavimento ricoperto di tappeti. Ci sono quattro bar, gestiti da quelli di loro che non lavorano nei campi. Se capita, vendono anche frutta e legumi, spesso già cotti. Il bar al centro del campo ha la televisione, alimentata da un generatore a benzina, che può trasmettere i notiziari dal Marocco. C’è poi Hassan, il barbiere di professione, che fa barba e capelli a due euro e cinquanta, senza sapone. C’è anche un panificio che sforna centinaia di pani al giorno a cinquanta centesimi l’uno. Più volte al giorno attraversano il campo in macchina i predatori della zona, i nuovi boss del caporalato etnico, a cui nulla sfugge, e nulla temono perché sono tutti “regolari”.
Nel campo, gli uomini stanno gli uni sugli altri, in capanne costruite con qualunque cosa. Vivono tra scatole  di cartone, in pareti di plastica, di lamiera. Con candele e torce illuminano gli ambienti; con bottiglie e borracce si riforniscono di acqua per lavarsi; per cucinare usano bracieri o bombole a gas. Gli incendi non sono infrequenti.
Forse è solo una questione di limiti, di orizzonti, di confini. Forse è per una inquietudine così perfettamente opposta a quella che ci è consueta. Forse sono solo bagliori che costringono gli occhi a un continuo raggrinzirsi. Qualsiasi cosa sia, entrare a San Nicola Varco sgomenta, come se l’artificio massimo delle certezze prendesse a vacillare, e con esso il senso delle cose, tutto il senso che c’è.
Da quel punto tutto è smisuratamente vicino, infinitamente lontano. Entrare in quei recessi prende alla gola, rompe le orbite dei pensieri, come di fronte a uno specchio nel quale si fa fatica a guardarsi. Qui, in un solco d’Africa che non ha già più luce africana, tutte le miserie salgono e non si nascondono. Il destino, inscritto sulle facce, sui muri, non trova sfumature. Inutile cercare, non ci sono rifugi. Su un muro scalcinato c’è una scritta “Chi entra è morto, chi esce è appena nato”; su un altro “Nato il 2 febbraio 1960. Morto da sempre”. Qui non c’è più tempo per resistere, la mente s’intrappola e invecchia di colpo, mentre la terra ti ha già ingoiato.
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I sommersi della piana del Sele hanno buchi nei denti e occhi rossi, chiazze sulla pelle seccata dai pesticidi e una magrezza inquieta, per la nutrizione di fortuna. Vivono l’assillo di una condizione che li costringe a sfiorire a venti anni, già svuotati di ogni avvenire: di colpo smettono di crescere e iniziano a invecchiare. Nel tentativo estremo di venire fuori dal buio, entrano in un buio ancora più fitto, dove se si vede qualcosa, in mezzo al fumo, è sempre un inganno.
Lavorare nei campi è faticoso, ma nelle serre è l’inferno: la temperatura interna supera il limite di allarme e l’aria che brucia sembra fare combustioni con la pelle.
Non fanno pause durante il lavoro, nemmeno per bere e, per raccogliere più velocemente, lavorano per ore con le gambe strette, senza piegarle, e dopo un po’ la schiena diventa di gesso. Talora l’urina, che non si riesce a trattenere, scende tra le gambe col suo improvviso calore, fino a bagnare i piedi, scuri di terra.
Maneggiano senza alcuna protezione ortaggi trattati con potenti pesticidi, inalandone il veleno. L’esposizione ai fitofarmaci, in un ambiente di caldo asfissiante, provoca cefalee come scosse che sembrano far schizzare fuori il cervello. E poi le facce congestionate, gli occhi sul punto di uscire dalle orbite che lacrimano eccessivamente. E poi la gola che si secca e brucia quando la saliva scende, pesante come catrame. Sulla pelle si formano chiazze che prudono, e poi si suda e il sudore macera la pelle, che prude di più e sfregandola si sollevano pezzi che sembrano squame, che aumentano il prurito e non c’è pace.
“Vivo da 3 anni in Italia, da due anni e mezzo abito qui a San Nicola Varco e lavoro in serra -racconta H., che viene dal Marocco -. Anche quando il padrone usa i prodotti chimici dobbiamo entrare subito in serra, spesso ho bruciore agli occhi e prurito, adesso ho problemi alla pelle. Io non ho mai usato nessuna maschera protettiva mentre i guanti a volte il datore di lavoro li compera e possiamo usarli. Il pagamento avviene sempre in ritardo, a volte aspetto fino a 40 giorni. Non siamo trattati bene, ci fanno fare il lavoro più difficile e senza vestiti di protezione, ci pagano poco e addirittura qualcuno non paga per niente e siccome siamo senza documenti non possiamo fare nulla”.
 
Quando tornano dai campi non hanno acqua corrente per lavarsi, né vestiti puliti. Non hanno luoghi asciutti in cui stare e spesso nemmeno un letto in cui dormire. Vivono in luoghi sovraffollati, senza un filo d’aria, talvolta dividendo lo stesso materasso. Stanno in qualunque cosa, in qualunque modo: sudore piedi rantoli tosse si accavallano, le infezioni saltano dall’uno all’altro, le secrezioni sono ovunque.
Giungono in Italia in buone condizioni di salute e qui si ammalano di malattie che sarebbero curabili con le comuni terapie antibiotiche, se solo sapessero dove andare, a chi rivolgersi per avere assistenza sanitaria, se solo avessero soldi sufficienti all’acquisto delle medicine.
H. aveva 26 anni e viveva da qualche tempo a San Nicola Varco quando cominciò ad avvertire violente fitte all’addome, come trafitture. Strinse i denti per tre giorni, poi chiamò l’ambulanza, che si rifiutò di arrivare fino dentro al campo, “Se ti va bene ti aspettiamo sulla strada statale, di più non possiamo fare” .
H. però non riusciva a camminare, ad ogni passo una scossa verso il basso, la gamba destra come presa in una trappola, la nausea che non si placava. Da solo e in preda agli spasmi, attese un passaggio fino all’ambulanza. In ospedale lo trattarono con una infusione di antidolorifici e senza alcun approfondimento diagnostico lo mandarono via con un referto che non significava niente “sindrome dolorosa addominale”. Nonostante gli antidolorifici, gli spasmi continuavano violenti e H. si sentiva morire “Sto morendo, è la mia ora”.  Per fortuna sua, incrociò un presidio di Medici senza frontiere, in viaggio verso San Nicola Varco, e il medico che lo visitò sospettò subito: appendicite acuta. Accompagnato al pronto soccorso di un altro ospedale, H. fu operato d’urgenza.
 
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Quando hanno fortuna, lavorano dieci, anche dodici ore nei campi, nelle serre, per una paga di venti, venticinque euro al giorno, da cui bisogna sottrarre la taglia per il caporale.
“Se vai forte arrivi a 30 euro al giorno – spiega Aziz, 37 anni - Ma solo  nei periodo migliori, delle grandi raccolte. Il resto è fame”.
Può accadere che per molti giorni non riescano a lavorare, e allora diventa davvero difficile sopravvivere. “Sono qui dal 1999”- racconta M.A. originario di Casablanca - i primi due anni ho dovuto pagare il debito, oggi mando a mia moglie e ai miei figli non più di 150 euro al mese e vivo come un cane. Quando mi scade il permesso di soggiorno per otto mesi non riesco a rinnovarlo e vado nei campi da clandestino”.
Per l’estrema precarietà economica, è evidente che sono costretti a vivere in qualsiasi modo, non potendo permettersi di pagare un fitto per un posto letto che non scende mai al di sotto dei 150 euro al mese, con acqua e energia elettrica a loro carico.
C’è anche chi ha fiutato l’affare e in vecchi capannoni fatiscenti ha realizzato casette a schiera, non visibili dall’esterno, da fittare ai migranti che lavorano con più regolarità, guadagnando migliaia di euro all’anno, in nero. Come le baracche abusive che due astuti imprenditori affittavano ai migranti, per 250 euro l'una, e che poi sono finiti in manette, accusati di sfruttamento dell'immigrazione e furto di acqua e elettricità per gli allacci abusivi. Come un vecchio supermercato, suddiviso in alloggi anche questi abusivi che riuscivano a contenere fino a 15 uomini ciascuno, ammassati come animali in gabbia, in mezzo ai vestiti, alle scarpe, ai fornelli incrostati e con il bagno che scaricava direttamente davanti alla porta d’ingresso.
Sono queste le condizioni in cui vivono gli uomini che mandano avanti l’economia agricola locale, legandone a sé le sorti e ricevendone in cambio solo maltrattamenti e soprusi, nella più nera mancanza di assistenza e tutela.
 
 
 
Al tramonto, quando il lavoro termina, tornano in fila dai campi, diretti verso i loro nascondigli, già scomparsi oltre la polvere della terra seccata addosso. A vederli coordinati nei movimenti ripetuti e lenti sembra che si muovano al ritmo di uno dei canti di lavoro con cui i neri d’America accompagnavano i loro movimenti nelle piantagioni del Sud, e cantando si univano di più: “O Lordy, pick a bale of cotton. O Lordy, pick a bale a day”. Invece i sommersi della piana non cantano, non possono, i sensi devono restare all’erta. Può accadere infatti, e accade spesso, che un’automobile ne travolga uno e si dilegui senza prestare soccorso. Quando vanno a lavorare in bicicletta, mentre si muovono a piedi, rischiano di essere sbalzati via da automobili che non frenano la loro corsa, lasciandoli a morire sull’asfalto con la testa frantumata. 
A rendere più drammatica, se possibile, la loro condizione ci sono poi i tormenti quotidiani che si annunciano con gesti di violenza improvvisata. Molti raccontano di ragazzi italiani che, rombando sui motorini, li colpiscono con bastoni e pietre, talvolta anche con schiaffi, ma più raramente (lo schiaffo costa un contatto di pelle). Lo spunto, invece, non manca mai.
“La notte non posso uscire perché ci sono ragazzi italiani che ci menano con bottiglie di vetro, ci insultano - racconta H. - Ci sono ragazzi che sono stati picchiati qui e abbiamo paura ad andare all'ospedale e alla polizia. Anch'io sono stato picchiato due volte, una con un bastone e la seconda volta mi hanno lanciato bottiglie da una macchina".
Finisce così che arrivano a pentirsi dei loro sogni, delle speranze di una vita migliore, dato che nel paese che era sembrato loro la somma di tutte le meraviglie si ritrovano in una deprivazione maggiore di quella lasciata alle spalle, sofferenza imbarazzo e frustrazione: “Mi vergogno di stare qui in queste condizioni, ma mi vergogno anche di ritornare a casa con le mani vuote”.
Abdullah, in ogni caso, ha deciso di andarsene: “Sono clandestino e non va bene – ripete -  Ti dicono clandestino e ti senti male. Non puoi fare niente, solo lavorare in nero, e vai ‘ngalera, ti mandano via, fanno foliodivia. Non va bene, non piace più stare qui, meglio andare via, meglio mio paise”, e mentre parla si passa rassegnato una mano sugli occhi, e poi sulla fronte “C’amma fa’!”
 
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È il novembre 2009 e mentre scrivo è accaduto quello che da mesi si temeva, che si sapeva sarebbe accaduto.
Sono le nove di mattina del 10 novembre, cominciano a diffondersi notizie attraverso i rivoli della controinformazione, che nessuno riesce a confermare, né a smentire. Si rincorrono le parole, che si caricano di tensione, poi di angoscia. Non si riesce a dirlo, sembra impossibile, stanno per farlo davvero, ma no, forse è il solito controllo, stavolta vogliono solo fare più rumore. Non ci sono conferme ufficiali. Cerco di parlare con Abdullah, ma ha il telefono spento, è a lavoro, buon segno.
Nel pomeriggio le notizie riprendono a sovrapporsi, stavolta sono più incalzanti. Riesco a contattare Abdullah, ma non a capirci qualcosa.Di sera è tutto più chiaro. Alcuni sono arrivati, ma non sono ancora entrati. Sono nelle traverse, al bivio vicino, lungo le uscite autostradali. Sono calmi, dicono. Nel fare un disordine vogliono inventare un ordine. Attendono. Sanno che molti fuggiranno durante la notte. Contro quelli rimasti si procederà. 
Abdullah è in preda alla disperazione: “C’è polisia dappertutto. Stanno per cacciare tutti da San Nicola Varco. Fatelo sapere. Venite”, poi picchia i pugni su qualcosa e si allontana di scatto.
Sta accadendo. Le notizie confuse del mattino sono ora cronache. Il campo verrà smembrato. Le più tristi previsioni vengono confermate. Si sapeva, doveva accadere prima o poi. Era stata fissata una data, il 31 dicembre, entro la quale si sarebbero dovute trovare sistemazioni alternative per i migranti. E invece niente. Ormai è tardi, la magistratura ha disposto il sequestro dell’area per disastro ambientale e occupazione di suolo pubblico. Dopo quasi due decenni, la città sommersa smette di colpo di essere invisibile. Che poi lo sappiamo che davanti a una provvedimento giudiziario non è possibile prendersela con qualcuno, con qualcosa. 
Partiamo. Quando arriviamo è quasi l’alba. Nelle vie che portano al campo ci sono poliziotti, carabinieri, giornalisti, giovani accorsi dalle città.
Abdullah ci viene incontro, è stravolto, ha gravi occhi stanchi, si è ficcato due dita in bocca per vomitare la sua rabbia. Lui sta per tornarsene in Marocco, ma i suoi amici vogliono restare, e sono dentro, tutti lì dentro. Li prenderanno, sono irregolari, li porteranno in Questura e poi in un CIE. Giunge voce che per lo sgombero sono stati prenotati centocinquanta posti nei CIE più vicini.
Tutto è veloce. Il sole sorge già caldo. Una luce piatta e solida ci scuote e entra sfrontata ovunque. È l’11 novembre e qualcuno ricorda che è l’estate di San Martino. Già, San Martino. Che in una giornata fredda e piovosa si privò di metà del suo mantello per aiutare un mendicante infreddolito e fu ricompensato da un’improvvisa mitezza di clima nel mezzo di un gelido autunno. Oggi, però, il sole dovrebbe ritrarsi, se avesse cervello dovrebbe sparire e far scendere su di noi una cappa dura di geli.
Alle otto arrivano, sono circa seicento, e ci sono tutti, poliziotti-carabinieri-finanzieri, ci sembra di scorgere anche la guardia forestale. Arrivano con sessanta mezzi blindati, equipaggiamento antisommossa e mascherine bianche.
Respiriamo di sollievo alla notizia che nel campo sono rimaste poche centinaia di uomini. Molti si sono allontanati durante la notte, e certo avranno trascorso la notte al freddo, nei campi, costretti a non muoversi dai caporali. Qualcuno avrà trovato rifugio in qualche rudere, ce ne sono molti nella zona. Nella stalle no, ci vivono già i pakistani e gli indiani che sono abili allevatori di bufale. Altri sono stati portati via dal sindaco di Sicignano, un paese arroccato sui monti Alburni, che di notte su due pullman ne ha portato via circa settanta, offrendo loro ricovero nel suo comune.  
Quelli rimasti al campo vengono identificati e quasi tutti lasciati andare, sono regolari. Hanno scavato il più possibile per recuperare coperte, qualche vestito, e vanno via con le loro cose chiuse in buste di plastica, qualcuno ha un materassino arrotolato, qualcun altro porta via la sua vecchia bicicletta. Hanno dentro tutto il loro racconto. A questo punto è chiaro che comincia un’altra parte della storia, che li scaccia nudi in un tempo che continua a flagellarli. Nei loro occhi inquieti c’è la vertigine di anni agri, ma non li abbassano. Se ne è accorto anche un uomo che continua a ripetere “Era ora”, confuso come di fronte a una imprevista dignità. Poi si riprende, “Non senti come puzzano?”. Lo guardo, ha il naso affilato e denti stretti che digrigna a intervalli regolari. Non rispondo.“Non senti come puzzano?” ripete a voce alta. “No, veramente no”, e mi allontano. “Si capisce, per voi sono tutti op-pres-si che non puzzano nemmeno. Ma io lo sento che puzzano, eccome se puzzano”.
Come con i rifiuti da rimuovere, l’operazione va avanti rapidamente e nel primo pomeriggio è tutto finito. Noi ondeggiamo nell’aria pastosa, il pericolo non è passato, sappiamo di sessanta giovani portati in Questura e di tutti gli altri sparsi nei campi. Sappiamo che la minaccia si allontana e torna. Non è il momento di mettersi a interrogare l’avvenire, che è sospeso tra un inganno e l’altro. Sentiamo di avere vicino tutta la sofferenza del mondo.
Il giorno successivo si rivela da subito peggiore del precedente. Iniziano le perlustrazioni nelle campagne, nei campi, nei ruderi, negli interstizi dei caseggiati, ovunque, come battute di caccia. Si sa che vi sono nascosti i “clandestini” fuggiti dal campo. Si sa che stanno lì. I controlli piombano anche a Sicignano degli Alburni, dove  il sindaco deve fronteggiare l’ostilità di metà della sua gente che grida allo scandalo e alla riprovazione “Quelli sono sporchi e portano malattie”.
Decine di giovani vengono portati in Questura. In poche ore alcuni partono per il CIE, quelli che avevano già avuto l’intimazione a lasciare il paese finiscono in carcere. Si sa di delatori, spie e confidenti anonimi. Si sa che il tempo è pieno di minacce. Il fascismo liquido è intorno a noi, su di noi. È pericoloso, insidioso, non ha caratterizzazioni, né riconoscibilità, è ovunque e può assumere qualsiasi forma, qualsiasi corpo. “Guardati le spalle” sussurriamo all’orecchio di Abdullah.
Si cerca di nascondere uomini ovunque, in qualunque modo. Si spera che i parroci aprano le chiese, ma non le aprono. Solo Don Ezio spalanca le porte della sua chiesa a Battipaglia e ne accoglie molti, di notte fino a un centinaio. A Eboli viene allestito in emergenza un centro di prima accoglienza a Torre Barriate, con l’aiuto di un frate che minaccia di sfondare a calci le porte del suo convento se sarà necessario. Servono coperte, cibo, ricoveri in ospedale per gli ammalati. Ma in ospedale li visitano e li mandano via. È già tanto che non li denunciano.
Giungono pacchi di aiuti alimentari, e in uno di questi sbuca a caso un cesto pieno di salumi, di salsicce di maiale. Abdullah si stringe nelle spalle, come per una dichiarazione di resa, ha troppa fame e non c’è tempo per i precetti religiosi “c’amma fa!”.
I sommersi non sono mai persone, ora sono una emergenza umanitaria, poco prima una emergenza sanitaria; ora sono esposti ai sentimenti pietosi, poco prima alla pubblica riprovazione. Rinserrano il tempo nel petto e aspettano. Non riposano, quando il tempo è sospeso non c’è riposo. Sanno che non possono andare via, i caporali non lo permettono, è tempo di raccolta nella piana. È sempre tempo di raccolta qui. Giunge voce che i datori di lavoro in questo momento sono disposti a tirare fuori anche trentacinque euro al giorno.
Il tempo che passa è la misura di ogni movimento, “prima o poi le acque si calmeranno”, è il solo modo che hanno per andare avanti. Sono venuti per lavorare, ingannati in partenza, hanno consumato sé stessi, vissuto nel fango, mangiato la terra, e ora sono braccati da predatori che per anni hanno finto di non vedere, di non sapere da dove venissero frutta-verdura-fiori mirabili che ogni giorno giungevano nelle loro case.
Ora ogni giorno uomini vivono nascosti, impauriti eppure costretti a inventarsi un coraggio. Ogni giorno caporali e datori di lavoro continuano indisturbati i loro traffici, al riparo da ogni ritorsione. Non so dire di più.


Quasi un epilogo
“Non perdiamo tempo in sterili litanie o in mimetismi stomachevoli. Abbandoniamo quest’Europa che non la finisce di parlare dell'uomo pur massacrandolo ovunque lo incontra, in tutti gli angoli delle sue stesse strade, in tutti gli angoli del mondo. Sono secoli…che in nome di una pretesa ‘avventura spirituale’ essa soffoca la quasi totalità dell’umanità”[2]
 
(silenzio, poi una sonnolenza profonda si spande)
 
 
 
 
 
 
Il reportage è stato pubblicato nella raccolta Qui si chiama fatica (L'Ancora del Mediterraneo, 2011), a cura di Riccardo Brun. 


 
Riferimenti bibliografici
Anselmo Botte, Mannaggia la miserìa, Ediesse, Roma, 2009
Alessandro Leogrande, Uomini e caporali, Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud, Mondadori, 2008
Dossier Medici Senza Frontiere, Una stagione all’inferno, rapporto sulle condizioni degli immigrati impiegati in agricoltura nelle regioni del Sud Italia, 2007
Marco Rovelli, Servi, Feltrinelli, 2009
Doverosamente ringrazio Anselmo Botte, segretario provinciale della Cgil di Salerno.
 
 

[1] Da Jean Genet, Les Nègres
[2] In Franz Fanon, Les damnés de la terre

(foto in rilievo: http://www.campanianotizie.com)
Giovedì 14 Giugno 2018, 16:52
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