Corrado Castiglione

Onorevole Calimero

di Corrado Castiglione

Negli strati più profondi della nostra anima non c’è Jung, ma Calimero
(Tiziano Scarpa, romanziere, drammaturgo e poeta italiano)


Palazzo Madama, interno, pomeriggio inoltrato. Gli eletti Cinque Stelle sono arrabbiati neri, perché il “governo del cambiamento” come lo chiamano loro tarda ad arrivare. E in un’assemblea rovente contestano al loro leader alcuni presunti errori nella linea politica, mentre Luigi Di Maio con pazienza rende conto di mosse e strategia. Quando ecco che il leader grillino esclama: «Ci trattano come i Calimero della politica, ci trattano come gli scemi...», per dire che i Cinque Stelle scontano l’antico pregiudizio che inchioda quelli che sono ingiustamente oggetto di scarsa considerazione.

Così sulla scena torna a fare la sua apparizione il popolare e sventurato pulcino di Carosello, che in verità non è del tutto sconosciuto al frasario della politica nostrana. E che ha un portato di significato e di valore che ne fanno un’icona non solo fumettistica e cinematografica, ma anche letteraria, psicoanalitica, politica e sociale.
Ora non è dato sapere se la trovata sia farina del sacco di Di Maio oppure del bravo comunicatore che è Rocco Casalino: di fatto, il messaggio che passa è forte e chiaro, i Cinque Stelle vogliono sfatare il tabù che li considera ai margini del Palazzo. Di lì a poco ci riusciranno per davvero, dando vita al loro primo governo a palazzo Chigi. E per centrare l'attenzione usano un'immagine forte. Per chi ha la puzza al naso valga il monito del linguista Luigi Matt che per Treccani teorizzava sulle citazioni letterarie targate Calimero. Scriveva Matt: «Anche partendo da Calimero si può fare letteratura: è assai più proficuo confrontarsi, con intelligenza e spirito critico, con gli aspetti anche peggiori del mondo di oggi (il che ovviamente non vuol dire avallarli), piuttosto che prendere poco credibili atteggiamenti veteroumanistici».
Ecco, dunque, che la riesumazione di Calimero finisce con l’essere meno banale di quanto non sembri: d’altronde il pulcino sventurato fu per anni utilizzato dall’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi come anche dall’ex presidente del Consiglio Giuliano Amato. Ma andiamo con ordine. E facciamo un salto nel passato.



E’ il 14 luglio del 1963 quando l’esile pulcino, con ancora in testa mezzo rotto il guscio d’uovo dal quale è appena sbocciato, ultimo di una nidiata di sedici bestioline e completamente inzaccherato dalla fanghiglia d’una pozzanghera, si rivolge alla chioccia Cesira e domanda con la voce lamentosa di Ignazio Colnaghi (cominciò con Dario Fo, recitò per Anton Giulio Maiano ma noi lo ricordiamo per essere stato la voce di Calimero e Topo Gigio): «Tu sei la mia mamma?», e la gallina lesta le risponde acida: «No, guarda che ti sbagli, sa’! Mi non jo pulcini neri».
Due piccole chiose: il dialetto veneto è la licenza poetica che si prendono i creatori del personaggio, i fratelli veneziani Nino e Tino Pagot (cognome d’arte per Pagotto); il nome, ispirato - come ricostruisce Gian Paolo Ceserani - dal santo cui era dedicata la basilica dove s’era sposato uno dei due autori ha gioco facile con quella rima fortunata che si bacia con il contrasto bianco/nero.
A quel punto, si diceva, Calimero, sconsolato, torna a chiedere: «Ma se io fossi bianco, tu mi vorresti?». E la Cesira replica tranchant: «Certamente, piccolo». Mentre c’è chi lo caccia via, apostrofandolo «piccolo sgorbio nero». Poi lui se ne va imprecando contro il destino e i soprusi. «E’ un’ingiustizia, però» grida, ramingo. E ancora, protesta: «Non trovo la mia mamma perché sono nero». Fin quando la buona olandesina si prende cura di lui: «Tu non sei nero, sei solo sporco».



A oltre mezzo secolo di distanza, è facile rilevare una vena razzista insita nel racconto che in tutta buona fede i Pagotto avevano confezionato per reclamizzare una nota marca di detersivi giocando proprio sul contrasto sporco-pulito. E a qualcuno che al giorno d’oggi osi sollevarsi contro l’icona perché non proprio politicamente corretta, va ricordato che Calimero è figlio di un’altra epoca e di altre sensibilità, dalla quale il pulcino esce come l’icona del pulito ma anche dell’antieroe, cioè dell’eroe anti-soprusi. Insomma, nonostante tutto, l’icona si rafforza e ne viene confermato il vigoroso carattere che la spinge a sopravvivere nel tempo e finanche ad evolversi attraverso 290 episodi, pari a 4353 minuti di filmati, che equivalgono a 8700 spot da trenta secondi ciascuno. E se proprio non si vuole considerare le successive serie tv (con annessa Calimero dance), almeno si tenga presente la sterminata sequela di doppiaggi che hanno lanciato il pulcino anche Oltralpe, fino al Giappone.

Non meravigli quindi se nel 1972, in Belgio, quando il governo impose la TVA su pasti e bevande, su tutte le insegne dei bar e dei ristoranti comparve Calimero che esclamava: «E’ un’ingiustizia però». Momento cruciale nella vita di Calimero, che ne ha suggellato il passaggio anche nella sfera delle rivendicazioni sociali.


In Francia il presidente della Repubblica Jacques Chirac lo tirò fuori per paragonarlo al sistema bancario francese. E sempre in Francia esiste un’associazione per la difesa dei diritti umani che ha nome Calimero.
In Italia gli studenti universitari ne hanno fatto un simbolo della loro protesta contro la riforma Gelmini (2008). E ancora oggi a Calimero sono intestati fogli redazionali di facoltà, come a Ravenna.

Altro che pulcino sventurato, Calimero può esibire un palmares di assoluto rango.
Alla fine degli anni Novanta più volte, prima di salire al Quirinale, Ciampi parlò dell’Italia come "Calimero d'Europa" quando, da ministro del Tesoro, del Bilancio e della Programmazione economica (tra il ‘96 e il ‘97) provò a risanare i conti pubblici del Paese e riaccreditare l’Italia in Europa. «Con la sua cartelletta piena di numeri, faceva la spola per le capitali - ricorda Silvia Fumarola su Repubblica -  A Bruxelles si scontrava a viso aperto con De Silguy e i falchi della Commissione Ue, per convincerli ad interpretare in modo elastico i parametri di Maastricht. A Francoforte affrontava a brutto muso Hans Tietmeyer e i falchi della Bundesbank, per spuntare le migliori condizioni di rientro della lira nello Sme».



L’opera di risanamento, cui Ciampi contribuì, andò avanti negli anni seppure a piccoli passi. Tant’è che nel dicembre 2000, nella consueta conferenza stampa di fine anno, l’allora presidente del Consiglio Giuliano Amato - nel rivendicare i meriti del proprio governo - esortava tutti a non considerare più l’Italia il “Calimero d’Europa”. Amato ci tornerà anche più tardi, quando nel 2008 in un’intervista ad Aldo Cazzullo argomenterà: «Difetto tipico da provinciali è la nostra autoflagellazione eccessiva, il complesso di eterno Calimero, come lo chiama nel suo libro recente sull’Europa Riccardo Perissich (“L’Unione europea: una storia non ufficiale”, Longanesi 2008). Come in un gioco di specchi, gli altri riflettono i nostri lamenti e li fanno propri». Parole di tragica attualità.

Nel 2006 è Achille Occhetto, l’ex segretario del Pci, quello della svolta della Bolognina, a guadagnare l’appellativo di Calimero. A Claudio Sabelli Fioretti che gli chiede come ha votato l’ultima volta il papà delle Iene, Davide Parenti, risponde: «Voto sempre in maniera diversa. Una volta ho votato Occhetto. Mi faceva tenerezza, non lo votava nessuno, sembrava Calimero».

Nel 2007 Calimero è Mastella. Il Giornale titola «Clemente Calimero» perché il leader dell’Udeur si sente un perseguitato. I rapporti  nel centrosinistra sono al limite della tensione. Siamo a ottobre e il governo cadrà di lì a qualche mese. Mastella è il bersaglio degli scontenti di tutti per il governo Prodi. Dai voli di Stato alle carceri vuote, è sempre colpa sua. E lui si sente vittima di «un ’ossessione perfida». Che gli inumidisce gli occhi di furore a un convegno dell’’Udeur e poco dopo, nella sala verde di Via Arenula, di fronte alla stampa. Ai suoi collaboratori più fedeli ripete, esasperato: «Sono sicuro che se un giorno mi affacciassi al balcone di palazzo Venezia e annunciassi di avere abolito le tasse, nessuno mi applaudirebbe!».

Nel 2012 è il leader di Italia dei Valori Antonio Di Pietro a sentirsi come Calimero, perché nel centrosinistra i rapporti sono incrinati e lui si sente scaricato sia dal Pd che da Sel: al punto tale che qualche malalingua sostiene che i 491mila euro messi a bilancio nel 2007 con la voce «lo sviluppo della comunicazione via internet» erano andati a foraggire il "nemico" Beppe Grillo, tramite il comune amico Gianroberto Casaleggio che prima di diventare il maggior partner del comico genovese aveva curato l’apparato web di Italia dei Valori. Malelingue!

Così com’è accaduto un po’ per tutti gli esponenti caduti (seppur solo temporaneamente) in disgrazia, da Bettino Craxi a Francesco Cossiga, da Silvio a Paolo Berlusconi, da Gianfranco Fini ad Angelino Alfano, da Fausto Bertinotti a Rocco Buttiglione, a Gabriele Albertini.
In tempi più recenti - anno 2013 - Lapo Pistelli, vice-ministro agli Esteri, chiosava: «L’Italia in politica estera fatica a trovare il giusto passo e oscilla tra momenti velleitari e la sindrome di Calimero».

Così come più volte Massimo D’Alema e Romano Prodi, intervenendo nei dibattiti interni al centrosinistra, hanno fatto riferimento alla “sindrome di Calimero” per rimarcare alcuni tratti della crisi dei partiti della sinistra italiana.
Sì, perché negli anni l’icona del pulcino ha subito talvolta delle mutazioni genetiche, dando sfogo ad un eccessivo vittimismo, proprio come accade in quella che la psicanalisi ha codificato come "sindrome di Calimero".
Perché se la sensazione di essere vittima di soprusi e ingiustizie perdura nel tempo, diventando abitudine e stile di vita, nella vita delle persone così come nella sinistra italiana, allora la colpa non va ricercata negli altri ma nel vittimismo patologico. Lo psicanalista francese Saverio Tomasella ne ha fatto oggetto di un volume: «La sindrome di Calimero» (Sperling & Kupfer, 2018).

D’altronde non è stata l’unica pubblicazione dedicata al pulcino: prima fra tutti a sdoganare il personaggio negli ambienti accademici è Ofelia Ragazzini che all’Università di Torino discute nel 1965 una tesi di laurea in Psicologia (relatori Angelo Massucco e M.W.Fresia-Ivaldi) con il titolo «Calimero, antieroe della favolistica pubblicitaria».
Successivamente lo scrittore e giornalista Guido Guarda consegna alle stampe «Fenomenologia di Calimero» (Sipra, 1967), Asteria Casadio è l’autrice di «L’onorevole Calimero. Tecniche pubblicitarie nella comunicazione politica scritta» (I Libri di Emil, 2012). 
Il grande Umberto Eco, da semiologo, ha celebrato così Calimero: «Quando un personaggio genera un nome comune ha infranto la barriera dell’immortalità ed è entrato nel mito: si è un calimero, come si è un dongiovanni, un casanova, un donchisciotte, una cerentola, un giuda». E lo stesso Arnoldo Mondadori ha sentenziato lapidario: «Calimero è chiaro ed essenziale come un carattere tipografico. Come una A è una A, Calimero è inequivocabilmente Calimero».

corrado.castiglione@ilmattino.it
Domenica 3 Giugno 2018, 20:05
© RIPRODUZIONE RISERVATA



QUICKMAP