Corrado Castiglione

L’editto bulgaro
ovvero la grammatica del potere

di Corrado Castiglione
In un regime totalitario, come dev'essere necessariamente un regime sorto da una rivoluzione trionfante, la stampa è un elemento di questo regime, una forza al servizio di questo regime
(Benito Amilcare Andrea Mussolini, giornalista, politico e dittatore italiano)


Sciacallo lui, puttana lei: gli insulti a Cinque Stelle (by Di Maio e Di Battista) contro i giornalisti ripercorrono un antico fil rouge del Movimento che probabilmente trae origine dall’ambizione al controllo dell’informazione attraverso la rete, una prospettiva che non tollera mediazioni altrui. Eppure quegli insulti rappresentano una novità significativa ora, giacché dal 4 marzo 2018 quello è il partito di maggioranza relativa. E storicamente chi gestisce il potere non ci ha fatto mai una bella figura a toccare quello che è il nervo scoperto di ogni democrazia: la libertà di espressione. Tanto più se quella parte politica si erge a fare una distinzione tra giornalisti buoni e giornalisti cattivi, roba che più che far arrabbiare muove al riso, ricordando tanto Four legs good, two legs bad di George Orwell nella Fattoria degli animali. Ricordate? Quattro gambe buono, due cattivo.



Ecco perché da più parti, anche nello smemorato nostro Belpaese, riemerge dalla nebbia dei ricordi l’editto bulgaro. Ma perché? Che cosa significa? Qual è l’origine dell’uso di quel binomio nelle cronache politiche?
Tutto ha inizio il 18 aprile del 2002. L’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è in visita ufficiale a Sofia, Bulgaria. Nel corso di una conferenza stampa - ma sulla location torneremo più avanti - il leader di Forza Italia parla della Rai e sbotta: «L’uso che Biagi… Come si chiama quell’altro? Santoro… Ma l’altro? Luttazzi… Hanno fatto della televisione pubblica, pagata coi soldi di tutti, un uso criminoso. E io credo che sia un preciso dovere da parte della nuova dirigenza di non permettere più che questo avvenga».

Quelle parole suonano forti come un editto, ovvero forti come l’ordinanza - spiega Treccani - emessa dal magistrato, dal pontefice massimo, più tardi dal principe, che stabilisce una certa linea di condotta obbligatoria per i cittadini. Qualcun altro - Simone Collini (L’Unità) - parla di diktat. Lo stesso Daniele Luttazzi (non è giornalista, ma comico, scrittore, conduttore televisivo, musicista) - in maniera molto suggestiva - scomoderà il sostantivo ukase, ovvero la trascrizione francese del vocabolo con cui in Russia fino a tutto il secolo XIX veniva designato l’editto o decreto imperiale, tipica espressione del dispotismo zarista, dal verbo ukazat che sta per indicare, disporre, ordinare.

A quel sostantivo poi va ad aggiungersi l’aggettivo bulgaro che - come rimarca Silverio Novelli per Treccani - fa coincidere luogo geografico delle dichiarazioni con una delle capitali politiche dei regimi di socialismo reale, simbolo di restrizione delle libertà e dei diritti civili e dell’autoritarismo statale, se non perfino del totalitarismo politico. Aggettivo che ricorre spesso nel politichese - sottolinea il Devoto Oli - con riferimento alla politica chiusa e dogmatica, propria del paese ai tempi del blocco sovietico: percentuale bulgara, il risultato plebiscitario di una votazione; per analogia: maggioranza bulgara, elezioni bulgare.
Se pensate siano parole forti evidentemente è perché non ricordate quello che accadde dopo. I programmi Il Fatto, Sciuscià e Satyricon furono effettivamente sospesi. Biagi, Santoro e Luttazzi scomparvero dalla tv pubblica: i primi due ci tornarono molti anni dopo, il terzo no.

Più tardi, nel corso di una puntata di Porta a Porta, Berlusconi proverà a sminuire la portata dell’editto bulgaro e dirà: «Quando a Sofia ho parlato di Biagi, Santoro e Luttazzi non pensavo che fossero presenti giornalisti. Altrimenti mi sarei attenuto ad un linguaggio ufficiale». Resta da capire chi secondo lui avrebbe mai potuto presenziare ad una conferenza stampa alla quale erano accreditati duecento giornalisti delle maggiori testate internazionali.
Ad ogni modo il politichese tornerà a parlare di editto bulgaro. E’ successo di recente proprio con Berlusconi, quando, all’indomani delle Politiche, chiederà in Mediaset il ridimensionamento di Maurizio Belpietro, Paolo Del Debbio e Mario Giordano, ritenuti artefici della svolta populista che ha portato Forza Italia a subire lo storico sorpasso dal Carroccio.

Ma soprattutto l’editto bulgaro fa capolino nell’era di Matteo Renzi presidente del Consiglio. A pagarne il prezzo è Massimo Giannini, conduttore di Ballarò. Le sue sortite non piacciono al Pd. In particolare, l’affondo portato a fine gennaio 2016 («il caso Boschi-Banca Etruria è un rapporto incestuoso») suscita le ire del Nazareno. Michele Anzaldi, deputato pd e segretario in commissione vigilanza Rai, parla di «affermazione vergognosa. Qualcuno ora deve rispondere. Giannini stesso, ma anche Maggioni, Verdelli e Vianello (rispettivamente presidente Rai, direttore editoriale e direttore di RaiTre)... Hanno mandato a casa Azzalini per molto meno». Per la cronaca: Antonio Azzalini è lo stimato ex capo dell’intrattenimento di Rai Uno licenziato per quaranta secondi, gli stessi per i quali la tv pubblica a Capodanno 2016 ha “costretto” milioni di italiani a stappare lo champagne con quaranta secondi di anticipo.
Roberto Saviano va giù duro: «Il Pd emana un nuovo editto bulgaro chiedendo il licenziamento di Massimo Giannini auspicando querele e sperando che la Rai tranquillizzi gli italiani piuttosto che fare servizio pubblico. Tutto a dimostrazione che ciò che sotto Berlusconi era inaccettabile adesso è grammatica del potere. E’ questa la nuova Rai di Renzi?».
Alla fine Giannini effettivamente pagherà come quello lì dei quaranta secondi.
Fuori dalla Rai.
Accade.




Lo sa bene anche Grillo, che a Fantastico 7 fece una battuta sul Psi. Anno del Signore 1986, piena éra Craxi. Il comico genovese ebbe l’ardire di ironizzare sul viaggio in Cina di una delegazione di socialisti italiani: «A un certo punto Martelli ha chiamato Craxi e ha detto: “Ma senti un po’, qua ce n’è un miliardo e son tutti socialisti?". Craxi ha detto: "Sì perché?". "Ma allora, se son tutti socialisti a chi rubano?"».



Pare che Craxi non gradì.
E Grillo?
How To Disappear Completely, per dirla con il titolo di un celebre album dei Radiohead.
Per vedere in Rai il Beppe Grillo Show bisognerà aspettare il ‘93, se si eccettuano le performance a Sanremo nell’88 e nell’89.

Curiosità: nella classifica sulla libertà di stampa stilata da Reporter senza frontiere l'Italia figura al 46mo posto. Appena un gradino sotto gli Stati Uniti, dove il presidente ha appena revocato l’accredito ad un cronista della Cnn.

corrado.castiglione@ilmattino.it
Venerdì 16 Novembre 2018, 01:22
© RIPRODUZIONE RISERVATA



QUICKMAP