Titta Fiore

Jonathan Demme, il regista da Oscar
che amava la musica di Avitabile

di Titta Fiore
Jonathan Demme, regista tra i più versatili di Hollywood, autore di film da Oscar come «Il silenzio degli innocenti» e «Philadelphia», è morto a 73 anni, a New York, per un cancro all'esofago contro cui lottava da tempo. Amava il cinema e amava la musica, Demme. Nel documentario «Stop Making Sense», del 1984, aveva raccontato il tour del 1983 dei Talking Heads «Speaking in Tongues», un lavoro oltre i cliché, con riprese non convenzionali della band. Tra i suoi ultimi film la commedia «Dove eravamo rimasti», con una inedita Meryl Streep cantante rock, presentato alla Mostra del cinema di Venezia due anni fa. Ha diretto nel 2016 un
documentario musicale su Justin Timberlake e stava lavorando alla serie «Shots Fired», di cui è riuscito a dirigere solo il primo episodio. Nel 2012, innamorato della musica di Enzo Avitabile, aveva girato su di lui il docufim «Music Life» che aprì la Mostra di Venezia, lo stesso anno. Lo ricordiamo riportando, qui sotto, il racconto dell'incontro tra i due artisti, così diversi, così uguali.


A Marianella, periferia nord di Napoli, lo accolgono come un re. Si capisce.
Enzo Avitabile è un grande artista conosciuto nel mondo, ma soprattutto è
uno di loro che ce l'ha fatta. «Questa è la mia gente» dice lui abbracciando
gli amici di quando era ragazzo, poi si china davanti al finestrone sbilenco
di un sottoscala: «Guarda, Jonathan, era il mio studio... sei, sette ore di
esercizi al sax ogni giorno, con i vestiti impregnati dell'odore della
fecale...». Quel Jonathan che si vede sorridere nell'inquadratura è Jonathan
Demme, il regista premio Oscar del «Silenzio degli innocenti». Un giorno di
cinque anni fa, guidando sul George Washington Bridge di New York, sentì
alla radio la musica di Avitabile e se ne fece incantare. Venne a Napoli e
volle incontrarlo, e da quell'incontro è nato «Enzo Avitabile Music Life»,
uno dei due film che domani, fuori concorso, inaugureranno la Mostra del
cinema di Venezia. L'altro, «The Reluctant Fundamentalist», lo ha firmato
l'indiana Mira Nair, sempre di grossi calibri si tratta.
Com'è andata, sul set, Avitabile lo racconta con parole essenziali da poeta.
Dice che ogni cosa è stata semplice, naturale, perché la musica parla tutte
le lingue e si fa capire da chi è disposto ad accoglierla con cuore e mente
aperti. «In un certo senso è stato come un sogno, ma anche un'esperienza di
forte introspezione, un grande recupero della "mia" verità. Mi è piaciuto
rileggere la mia vita, e dove non arrivavano le parole ci siamo fatti
aiutare dagli strumenti. Nemmeno mi sono accorto di girare un film, è la
magia di Demme accompagnarti con discrezione nel suo viaggio per immagini.
Ma quando ho visto il documentario, ho conosciuto me stesso un po' di più».
E tanto, di Enzo Avitabile, conosceranno gli spettatori: il suo talento di
artista internazionale e gli incontri con i musicisti del mondo, da Eliades
Ochoa e Trilok Gurtu a Gerardo Núñez, Amal Murkus e Bruno Canino, il suo
percorso spirituale che dal buddhismo lo ha riportato a un «cristianesimo
più laico e cosciente», gli affetti di una vita raccontati con il pudore dei
sentimenti: per l'indimenticata moglie Maria, per le due figlie amatissime
che oggi sono giovani donne e di lui dicono: «Nostro padre per noi è tutto».
E poi c'è la musica, passione assoluta, e quella possibilità affascinante di
andare oltre i generi, perché «non esistono separatismi, c'è solo la voglia
di esprimersi con gli strumenti più disparati». Lo chiama, quel suo modo di
fondere le note, «lirismo metropolitano», e dentro ci mette tutto:
«L'attenzione alle cose che mi sono piaciute da sempre, il soul e il funky,
la world music e la sinfonica... l'incontro di civiltà, l'eco del passato,
la memoria del futuro».
Con questi temi impegnativi un napoletano è costretto a farci i conti da
sempre. Un artista napoletano ancora di più. «Nel percorso karmico di una
terra ci sono momenti di grande difficoltà e momenti di gioia totale. La
vita è come una partitura e la nostra città da secoli ne scrive una
meravigliosa», racconta Avitabile. Non a caso, all'inizio del film, c'è un
omaggio ai capolavori del Settecento («Si comincia sempre da Pergolesi...»)
e, tra le righe, un «silenzioso messaggio di rispetto, stima e gratitudine»
a chi li ha studiati e reinterpretati come Roberto De Simone. Scorrono,
sullo schermo, le immagini suggestive del conservatorio San Pietro a
Majella, si sente l'antico canto a distesa di «zio Giannino del Sorbo» a
Sant'Antonio Abate, alternato al ritmo serrato delle tammorre. Ogni tanto
sullo sfondo compare Napoli, nella luce abbacinata del golfo, nella penombra
ovattata del Salone Margherita e si ascolta la voce di Enzo raccontare di
Plinio il vecchio e del Vesuvio che un giorno fatale fa impazzì seppellendo
Pompei: «Se guardi il passato con gli occhi del futuro, i suoi accadimenti
diventano contemporanei...».
«Enzo canta della sua profonda passione per l'intera umanità», ha detto
Jonathan Demme. E per il docufilm non ha previsto copione. Ora regista e
protagonista si rivedranno alla Mostra. Con chi arriverà al Lido Avitabile?
«Da solo, tranquillo. Già felice così».
Giovedì 27 Aprile 2017, 03:03
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