«Wikipedia? È un vecchio zio eccentrico»

di Andrea Manzi

«La realtà di oggi è destinata a scoprire l’illusione di domani», diceva Pirandello, smascherando l’inganno che si annida nel presente. Era il 1925, l’anno di «Uno, nessuno e centomila». Il drammaturgo aveva acquisito la certezza che «una realtà non ci fu data e non c’è, ma dobbiamo farcela noi, se vogliamo essere».



Novant’anni dopo, nell’afosa estate di questo 2015, mentre la Nasa ha scoperto Kepler-452 b, il pianeta più simile alla terra mai avvistato, l’arte di scrivere per gli algoritmi di Google acquisisce adepti in vertiginosa crescita. Si tratta di un metodo chiamato SEO (search-engine optimization), ottimizzazione per i motori di ricerca, che consente di capire cosa può affascinare un programma per finire ai primi posti nell’ordine di presentazione degli articoli. L’obiettivo è di ottenere un alto ranking, ma a rischiare è la verità della notizia, caposaldo sul quale fondano tutti i sistemi informativi liberali e democratici.



Su questo pericolo e sulla sempre più aleatoria e arrischiata «democrazia digitale» indugia Charles Seife, matematico e insegnante di giornalismo alla New York University, nel suo nuovo libro Le menzogne del web (Bollati Boringhieri), dal sottotitolo vagamente dogmatico: Internet e il lato sbagliato dell’informazione. Non si tratta di una tirata luddista contro i mali della rete (l’autore lo premette), piuttosto il libro è un monito contro la cattiva informazione, malattia diventata grave con la rivoluzione digitale. E contro questo morbo, nel cyber spazio non c’è nemmeno vaccino, esiste soltanto il rimedio dello scetticismo. Perché la strada tortuosa del dubitare per poter credere? Per il motivo che siamo diventati «ingegneri della realtà» e sfruttiamo l’informazione che viaggia alla velocità della luce per modificare la nostra percezione del mondo, «riplasmando la società».



Tra analogico e digitale le differenze sono indistinguibili. La variabile è proprio il sacrificio della verità. Non esiste più il tempo per le verifiche, siamo interconnessi, cioè ostaggio del villaggio-prigione nel quale manipoliamo la rete, costruendo la «irrealtà virtuale» che ci segna. Uno spaccato soffocante, nel quale Charles Seife traccia la sua via d’uscita per recuperare i contatti umani andati perduti. È lo stesso monito che si coglie in Parlarsi (Einaudi) di Eugenio Borgna, un libro che il noto psichiatra, in costante ascolto delle voci provenienti dall’anima ferita, dedica alla comunicazione perduta, alla impossibilità cioè di rendere comune, in questo mondo in cui realtà e rappresentazione si sovrappongono, le esperienze profonde della vita.



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Giovedì 24 Settembre 2015, 08:51 - Ultimo aggiornamento: 24-09-2015 09:12




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